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Greentips…consigli verdi – l’inquinamento domestico

ImmagineSi parla tanto di inquinamento atmosferico, riferendoci sempre a ciò che respiriamo quando andiamo in giro per le nostre città. Alcune sono molto inquinate (come Torino o Milano), altre meno. Le polveri sottili vengono prodotte principalmente dagli impianti di riscaldamento, sia domestico che industriale, e dal traffico. Ridurre l’inquinamento è un nostro dovere e non è diritto un nostro diritto addossare ogni colpa al Governo di turno, per mancati provvedimenti o lamentarsi per eccesso di restrizioni del traffico: basterebbe che ciascuno di noi usasse un po’ di più la bici o andasse a piedi, per ridurre sensibilmente le polveri sottili o che si abbassasse la temperatura del riscaldamento in casa. Ne abbiamo già parlato: i rimedi ci sono, basterebbe metterli in pratica.

Ma chi pensa di essere sicuro nell’ambiente domestico, si sbaglia. Anche le nostre case possono essere inquinate dagli oggetti al loro interno o da alcuni materiali usati nella loro costruzione, o manutenzione, come confermano anche studi della NASA sviluppati per capire la possibilità di vita sulla Luna.

Forse quasi nessuno sa che se facessimo analizzare i locali in cui viviamo, troveremmo tracce di formaldeide, di benzene o ammoniaca per citare i più comuni.

Il gas usato per cucinare, il fumo di sigaretta, la plastica o addirittura gli abiti che ritiriamo dalla pulitura a secco sprigionano la formaldeide. Sono agenti di rischio anche gli abiti ritirati dalla pulitura a secco, gli apparecchi tecnologici come fotocopiatrici, stampanti o computer.

E come ci si può difendere da tutto ciò?

Innanzitutto cambiando le nostre abitudini: ridurre l’uso di materiali pericolosi per esempio scegliendo vernici ad acqua, ridurre la plastica preferendo materiali naturali come il legno, non fumare in casa, utilizzare in prima battuta detersivi naturali ed ecologici anziché quelli chimici venduti nei supermercati.

Ma un altro rimedio, forse inaspettato ma sicuramente piacevole è contornarsi di belle piante.

Chi non ha il pollice verde ha uno stimolo in più per avventurarsi nella cura delle piante di appartamento; chi già ha piante in casa avrà notato la differenza tra la sua e una casa (di amici, o qualche ufficio) in cui manca il verde.

Gli agenti inquinanti più diffusi sono il benzene e la formaldeide.

Il benzene che si trova nel fumo di sigaretta, nei vapori volatili delle stazioni di benzina, nei gas di scarico dei veicoli, ma anche nelle colle, nelle vernici, nella cera per mobili, nei detersivi.

La formaleide si trova nelle schiume isolanti usati nei cantieri edili, nel legno pressato, come il compensato o l’MDF, negli smalti e solventi per unghie, negli adesivi, nelle carte da parati, nel colore per i muri, nonché nella combustione di sigari, sigarette e legna nelle stufe, nel cherosene o nel gas.

Vediamo ora quali sono le migliori piante per contrastare l’inquinamento che abbiamo in casa:

Aglaonema crispum 

La seconda pianta da suggerire a chi ha il pollice nero e non verde, è la Aglaonema, che sopravvive anche con poca acqua e luce, ma è così generosa da liberarci di numerosi agenti tossici, come la formaldeide a 7 microgrammi all’ora.

Areca (Chrysalidocarpus lutescens) 

Questa pianta, composta da numerosi fusti sottili che finiscono in bellissime foglie a palma riesce a rimuove 19 microgrammi per ora di xilene e toluene. La sua cura prevede che sia collocata in un angolo luminoso, ma no esposto direttamente alla luce del sole; richiede moderata acqua.

Anturio (Anthurium andreanum) 

Per eliminare l’ammonica, è invece utile l’anthurium,che ne rimuove 10 microgrammi all’ora ora. Agisce con discreti risultati anche su xilene e toluene (8 microgrammi per ora).

Chamaedorea elegans

Se non avete il pollice verde, ma desiderate pulire l’aria dai fumi dell’ammoniaca, la chamaeodrea è ciò che fa per voi: è una piccola palma molto resistente, che assorbe 6 microgrammi/ora di ammoniaca.

Crisantemo (Chrysantheium morifolium)

Il crisantemo non è solo il simbolo floreale delle festività novembrine: ci sono diverse qualità, dai fiori molto colorati che, se esposti alla luce piena, possono vivacizzare un’ambiente, eliminando il benzene disperso nell’aria.

Dracaena marginata 

Altra presenza diffusissima è il tronchetto della felicità che riesce a depurare 10 microgrammi all’ora di xilene e toluene, 8 microgrammi di formaldeide, e altri inquinanti minori.

Edera variegata (Hedera helix variegata) 

Per chi ha un computer in casa e lo usa spesso, il rimedio è l’edera variegata. Se tenuta in un vasetto, anche su qualche scaffale nella stanza dove c’è il pc, l’edera riesce a purificare l’aria eliminando fino a 12 microgrammi all’ora di formaldeide.

Falangio variegato  (Chlorophytum comosum “vittatum”) 

Anche questa è una delle piante più diffuse nelle case: è facile da gestire, si può riprodurre senza problemi e decora qualsiasi mensola o ripiano con i suoi rami ricadenti Questa robustissima piantina ricadente “da ciotola”, con le foglie lunghe e appuntite bianco-variegate, si adatta veramente ad ogni ambiente e cura. Si riproduce con grande facilità e ha una elevatissima capacità di ripulire l’aria da diversi agenti inquinanti, uno tra tutti la formaldeide al ritmo di 7 microgrammi all’ora.

Felce (Nephrolepis exaltata) 

E’ in assoluto la pianta in grado di rimuovere più di qualunque altra la formaldeide dall’ambiente, addirittura con un tasso di 20 microgrammi per ora. E’ inoltre una bellissima pianta dal portamento compatto e globoso, che ha solo bisogno di buona umidità, e sopravvive benissimo anche in ambienti poco luminosi.

Ficus benjamina 

Chi non ha mai provato a curare almeno un piccolo ficus benjamina? La sua forma ad alberello e la facilità nella cura, nonché le numerose specie diffuse, lo hanno reso una delle piante da appartamento e da ufficio più diffuse. Una delle sue caratteristiche è quella di assorbire ben 12 microgrammi all’ora di formaldeide. Riesce a filtrare bene anche tricloroetilene ed il benzene

Gerbera (Gerbera jamesonii)

La gerbera, invece, assorbe la trielina ed è quindi necessaria nelle tintorie e puliture a secco o nelle case di chi è abituato a portarvi i propri abiti a pulire.

Sansevieria trifasciata 

Anche questa pianta non richiede molte cure e la rende adatta anche a situazioni di incuria estreme, ma ciò che la rende diversa dalle altre è la sua caratteristica capacità di continuare la sintesi anche nel periodo notturno, portando ossigeno anche quando le altre piante rilasciano CO2. E’ adatta a stanze in cui convivono per molte ore diverse persone o a cui non si può cambiare spesso aria.

Spatifillo (Spathyphyllum wallisii) 

E’ forse una delle piante più comuni. Con le sue foglie verdi riempie bene qualsiasi angolo di casa e la disponibilità di varie misure la rende molto versatile. Il suo momento di picco è al momento della fioritura, quando i suoi fiori bianchi sbocciano. Richiede molta acqua. La sua forza purificatrice rimuove 19 microgrammi all’ora di acetone, per questo è utile per chi è avvezzo all’uso dello smalto per unghie e negli studi d’estetista. Oltre a questo riesce a purificare l’aria da 13 microgrammi di metanolo, 7 di benzene, 5 di ammoniaca e 3 di formaldeide.

Altre piante che contrastano ottimamente l’inquinamento domestico sono il clorofito e il croton, che assorbono il monossido di carbonio; la kalanchoe e la tillandsia, che assorbono le radiazioni elettromagnetiche.

Se non vi sono mai interessate le piante, forse queste brevi nozioni possono essere uno stimolo per iniziare a cimentarsi e migliorare il proprio pollice verde. In fin dei conti, il giardinaggio, anche se domestico, è anche un forte antistress!

19 marzo 2012 at 16:01 1 commento

Greentips…consigli verdi – i danni dell’eternità

E’ sulle prime pagine di tutti  i giornali: ieri si è concluso un processo storico,  quello a carico del miliardario Stephan Schmidheiny (64 anni) e il barone belga Louis de Cartier (90 anni), proprietari della ditta Eternit, intentato dai parenti di 2191 vittime dell’eternit. Il tribunale di Torino ha stabilito che i due imputati sono colpevoli di disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche e devono risarcire € 30.000,00 per ogni vittima (per un totale complessivo di €65.730.000).
La sentenza espressa ieri è storica perché ha tenuto conto delle implicazioni sociali a tutto tondo. Alle carenze nella tutela dei propri lavoratori, si sono aggiunti i danni causati a terzi: sono state liquidate provvisionali di 15 milioni di euro all’Inail e € 70.000 a Medicina Democratica (movimento di lotta per la salute); inoltre sono stati risarciti € 100.000 alle associazioni ambientaliste e sindacali.
Il fulcro della battaglia, durata anni, è che i titolari della ditta Eternit non hanno mai attivato delle misure adeguate per la salvaguardia della salute dei dipendenti, nonostante si sapesse da anni che l’amianto può avere effetti mortali.
Ma che danni fa l’amianto e cos’è l’eternit, un suo derivato?
L’eternit è un materiale inventato dall’austriaco Ludwig Hatschek, che lo brevettò nel 1901 e nel 1902 Alois Steinmann acquistò anche la licenza per la produzione, che iniziò su scala industriale. In pochi anni, questo indistruttibile e versatile materiale fu utilizzato per una vastissima varietà di impiego: dalle tegole alle fioriere, alle tubature, fino agli ondulati usati come coperture, soprattutto per i tetti dei capannoni. Nel 1964 iniziò la produzione di eternit colorato, che lo rese ancora più diffuso nell’oggettistica di uso quotidiano. Solo dal 1984 le fibre di asbesto vennero sostituite con materiali non cancerogeni. Nel 1994 se ne blocco definitivamente la produzione.
Ciò che rese un passepartout l’eternit erano le sue caratteristiche: resistenza alla corrosione, all’usura e alle variazioni di temperatura, versatilità e notevole leggerezza, nonché è un ottimo isolante sia termico che acustico.
In Italia si produsse questo materiale negli stabilimenti di Casale Monferrato e Broni. La contaminazione da amianto raggiunse livelli di guardia altissimi anche fuori dallo stabilimento, perché furono installati impianti di aerazione che disperdevano la polvere tossica fuori dalla fabbrica, contaminando la popolazione limitrofa.
L’asbesto (altro nome dell’amianto) in sé non è pericoloso. Lo diventa se inalato. Già agli inizi del ‘900 l’organizzazione mondiale della sanità aveva riscontrato la nocività di questo minerale sulla salute umana. Se maneggiato, l’asbesto produce una micro polvere, le cui particelle si depositano negli alveoli polmonari, nei bronchi e nella pleura, causando danni irreversibili. Sembra che anche l’inalazione di una sola particella di fibra possa causare patologie mortali, non esistono limiti di guardia sotto i quali i rischi sono limitati. Ciò significa che maggiore è l’esposizione a questo minerale, maggiore è la probabilità di contrarre patologie polmonari. A seconda della grandezza delle particelle inalate, si nota l’interessamento delle diverse parti dell’apparato respiratorio: per esempio le particelle più grandi (7 micron) si fermano nella cavità orale e nasale; quelle fino a 3,3 micron si fermano nei bronchi secondari, quelle fino a 1,1 micron arrivano agli alveoli polmonari.
Le malattie provocate dall’amianto si sviluppano in seguito a meccanismi di natura irritativa, degenerativa o cancerogena e possono mutare in malattie come:

  •  l’asbestosi: malattia cronica che porta a una degenerazione polmonare. Cicatrici fibrose, sempre più spesse rendono i tessuti polmonari meno elastici, spessi e duri inibendo lo scambio di ossigeno, portando a una inesorabile insufficienza respiratoria.

 

  •  il mesotelioma: è un tumore maligno che colpisce lo strato cellulare di pleura, peritoneo, pericardio, cavità vaginale, testicoli (cioè tutte le cavità sierose del corpo). Il periodo di latenza di questa neoplasia è molto alto: dai 15 ai 45 anni e la sua causa è stata riconosciuta esclusivamente nell’esposizione all’amianto. Questo tumore, che è tra i più aggressivi, non ha ancora terapie di contrasto efficaci.

 

  • I carcinomi polmonari sono i più diffusi, il suo  tempo di latenza sono di 15- 20 anni e può avere altre concause, che ne aumentano la frequenza e aggressività (come il fumo di sigaretta).

Altri  tumori riscontrati in seguito all’inalazione dell’asbesto sono quelli della laringe o del tratto gastro-intestinale e altre sedi.
Il tempo di latenza (cioè l’insorgere della malattia dopo l’esposizione dall’agente patogeno) è generalmente lungo e i primi sintomi si possono riscontrare anche dopo decenni. I fattori che possono scatenare una malattia legata all’amianto sono diversi e ogni soggetto reagisce in modo differente. Sono infatti determinanti il tempo di esposizione, la grandezza delle particelle, la loro stabilità, la quantità inalata nonché la predisposizione fisica individuale.
In Italia si è proibita qualsiasi operazione legata all’amianto (estrazione, lavorazione, commercializzazione) nel 1991 e negli anni successivi (1994-1996) sono state emanate leggi che ne stabiliscono le procedure di bonifica dei siti ove sia stato utilizzato amianto o eternit.
È quindi dalla metà degli anni ’90 che si sta cercando di bonificare abitazioni e spazi commerciali dai derivati dell’amianto. C’è da precisare, però, che l’eternit integrato nelle strutture interne, le lastre piane o quelle ondulate non sono pericolose perché non soggette all’usura: non sgretolandosi, conservate in maniera ottimale, non emanano polveri sottili. Questo non avviene ovviamente per il materiale esposto alle intemperie: la progressiva azione degli agenti atmosferici porta a un deterioramento superficiale che può quindi rilasciare nell’aria materiale nocivo.
La bonifica dell’eternit (o cemento amianto) deve avvenire all’aperto e devono essere adottate tutte le misure preventive affinché non ci sia dispersione di polveri. I metodi previsti sono a) la rimozione del materiale, che deve essere tolto in un unico pezzo e smaltito con tutte le precauzioni del caso. La copertura deve quindi essere sostituita con altre coperture atossiche; b) l’incapsulamento: ove sussistano ragionevoli dubbi sulla dispersione di particelle, l’amianto viene avvolto da del materiale impregnante che penetra nelle fibre, legandole tra loro, e con prodotti ricoprenti (spesso integrati con prodotti che aumentano la resistenza agli agenti atmosferici); c) la sopracopertura copre l’eternit con una nuova struttura atossica, eliminandone la dispersione di polveri tossiche. Questo sistema può essere applicato solo nel caso che la struttura portante sia sufficientemente resistente per sopportare il peso di una copertura aggiuntiva. Il rischio è che durante le operazioni d posa si possano liberare polveri di amianto, forando le parti per fissarle assieme. Nel caso di incapsulamento e sopracopertura è necessario effettuare delle verifiche costanti e periodiche, per verificarne lo stato di conservazione e l’usura.
Le leggi che proteggono il lavoratore sono molto precise: se esiste anche solo un dubbio minimo sulla presenza di amianto nella propria attività, il datore di lavoro deve attivarsi per valutare i rischi,  individuare i materiali contenti amianto e stabilire l’entità della possibile polvere. In caso di azioni di bonifica o maneggio di materiale a rischio, il datore di lavoro è tenuto a: inviare una notifica all’organo di vigilanza di competenza territoriale, indicando l’ubicazione del cantiere, i tipi e i quantitativi di amianto manipolato, attività e procedimenti applicati, numero di lavoratori interessati, data di inizio lavori e durata prevista, misure adottate per proteggere i lavoratori dall’esposizione all’amianto.
I lavoratori che maneggiano l’asbesto devono essere adeguatamente protetti con indumenti adatti, come tute, guanti, maschere con filtri per proteggere le vie aeree. Inoltre devono essere previsti locali distinti ove riporre gli indumenti contaminati e questi devono essere chiusi in appositi contenitori quando devono essere trasportati in lavanderie specializzate. Inoltre devono essere previsti appositi spazi, separati da chi non maneggia amianto, come mense o lavatoi.
Nel 2008, con un ulteriore decreto legge, è stato imposto un limite per l’esposizione alle polveri d’amianto, fissato ora a 0,1 fibre per cm3 come media in 8 ore di attività.
Nel caso si abbia a che fare con materiale contente amianto, o eternit, non è il caso di allarmarsi e provvedere autonomamente alla sua  rimozione,perché è proprio così che si aumentano i rischi. Come già detto, l’asbesto è pericoloso se sbriciolato, quindi è necessario innanzitutto far valutare la situazione da degli esperti, che sapranno consigliare se è il caso di procedere con l’asportazione o con la copertura del materiale a rischio.

14 febbraio 2012 at 11:56 Lascia un commento

Greentips…consigli verdi – Finalmente basta plastica?

Diciamolo, l’anno nuovo non è cominciato benissimo, dal punto di vista ambientale. Alcuni terribili fatti, occorsi nel 2011, si stanno protraendo e sentiremo parlare della Nuova Zelanda (5 ottobre), del Brasile (15 novembre) e della Nigeria (23 dicembre) ancora per un bel po’; così come ci trascineremo le battaglie legali relative al disastro del Golfo del Messico (10 aprile 2010).

Questi disastri hanno minato l’equilibrio di delicati eco sistemi, faceno morire migliaia di pesci e uccelli e permeando i fondali di una patina nera e soffocante, quasi impossibile da eliminare. Oltre al disastro ambientale, si devono annoverare le ricadute economiche: le operazioni di salvataggio delle persone coinvolte, di arginamento dei riversamenti petroliferi, la messa in sicurezza dei relitti si sommano all’annientamento di economie locali già in difficoltà. Ricordiamo, per esempio, ai danni alla pesca causati in Nuovo Messico.I danni correlati a un disastro ambientale, quindi, non si limitano alla sola marea nera, le cui foto sicuramente suscitano impressione e sgomento, ma sono di una portata di molto superiore e le stime sono sempre al ribasso rispetto a quanto realmente si registra, anche a distanza di anni.Da ultimo, ma proprio perchè il più importante, ricordiamo che troppo spesso quando un accadono questi incidenti si perdono vite umane.

Ma com’è possibile che nella nostra epoca, in cui la tecnologia è sempre più avanzata, non si riescano ad evitare questi danni? Come è possibile che colossi come la Chevron o la BP siano protagonisti della cronaca nera ecologica? Forse non esiste una risposta sola, unica e valida per tutti. Tra le concause si possono considerare i materiali usurati e mai ripristinati, cercando un maggior guadagno abbassando le spese di manutenzione.

Da queste semplici analisi sembra che le colpe debbano essere solo addossate ai grandi gruppi petroliferi, che gestiscono male i propri possedimenti e non seguono pedissequamente le procedure di sicurezza. In realtà, se enormi quantità di petrolio si muovono nei mari e oceani del nostro Pianeta è anche colpa nostra.

Come abbiamo più volte detto, esprimendo un nostro personale pensiero, non crediamo che sia possibile eliminare del tutto il petrolio dalle nostre vite. Con il petrolio si producono migliaia di oggetti di uso comune di cui non potremmo fare a meno. Senza questi, non avremmo nemmeno il progresso. I derivati dalla raffinazione del petrolio sono: la plastica, l’asfalto, il catrame, il gasolio, gli oli combustibili, quelli lubrificanti, il cherosene, la paraffina, la benzina. Pensate ora a quanti oggetti si realizzano con questi derivati e a quanti di questi non è possibile rinunciare.

Dobbiamo però sottolineare che dall’uso per necessità si è passati in un breve arco di tempo (pochi decenni) all’abuso. Ed è qui che possiamo intervenire noi e contribuire così alla prevenzione dei disastri ambientali legati al petrolio.

Non ci stancheremo mai di scoraggiare l’uso dell’automobile, se non necessario. Troppo spesso la utilizziamo per percorrere poche centinaia di metri, boicottando l’uso della più salutare bici o andando a piedi.Utilizzare meno la macchina significa bruciare meno carburante, a vantaggio della nostra salute.

Troppo spesso ci riempiamo la casa di oggetti in plastica, di cui non abbiamo reale bisogno. Se ci limitassimo ad acquistare lo stretto necessario e dedicassimio i risparmi (di denaro e tempo) nella ricerca di oggetti davvero unici, ridurremmo anche l’uso dei raffinati in origine.

Ma c’è un oggetto, su tutti, che invade le nostre vite tutti i giorni. Le buste di plastica. Questo piccolo e leggero oggetto, che pesa pochi grammi, piegato occupa pochissimo spazio a fronte di una grossa capacità contenitiva è in realtà uno dei maggiori nemici dell’ambiente. La malsana abitudine di abusarne sta letteralmente distruggendo l’ambiente, con grosse ripercussioni nell’ecosistema e, non da ultimo, sulla nostra salute.

I sacchetti che ci vengono regalati nei negozi molto spesso non vengono utilizzati per più di due volte. La maggior parte di essi vengono buttati via, senza troppi ripensamenti, o dispersi nell’ambiente senza criterio.

Tanto è solo un sacchetto…

Questa è l’idea che ci hanno messo in testa i potenti (politici ed economici) di qualche decennio fa. Ricordiamo tutti la scena del film Il Laureato del 1967, in cui Dustin Hoffman ha uno scambio di battute con un amico del padre:”Voglio dirti solo una parola, ragazzo. Solo una parola». «Sì, signore». «Mi ascolti?». «Sì, signore». «Plastica». Pausa. «Credo di non avere capito, signore». «Plastica, Ben. Il futuro è nella plastica”, il cui riferimento è chiaramente il Nobel per la Chimica assegnato allo scienziato Giulio Natta, che brevettò nel 1963 il polipropilene.

Quando fu messo in circolazione, il sacchetto di plastica sembrava la soluzione perfetta per la vita di tutti i giorni. Ogni negozio ce ne dava anche più di uno, per contenere la spesa e gli altri acquisti. Con i decenni si sono manifestate le conseguenze. Per esempio, in città, i sacchetti dispersi imbrattano gli spazi comuni: parchi, strade, vie di scolo. Pensate a quale intasamento può causare un ammasso di plastica nel sistema smaltimento delle acque delle nostre città.

Alcuni sacchetti, lasciati da incauti turisti o trasportati da maree e venti, imbrattano anche le aree non urbane. Gli animali selvatici e gli animali marini si ritrovano, talvolta, a mangiare plastica scambiandolo per cibo.

La plastica dei sacchetti, la maggior parte delle volte, finisce in mare aperto. Al largo dell’America ha addirittura creato un’isola galleggiante, che viene ora chiamata il sesto continente tanto è estesa. Il Pacific Tash Vortex è un enorme problema sociale, di cui ancora non si parla abbastanza e non si fa abbastanza per estinguerlo. La plastica quando è in acqua si scinde in polimeri via via più piccoli che contaminano l’acqua e gli essere viventi più piccoli della catena alimentare marina. Pesce grande mangia pesce piccolo  e se il pesce piccolo è intossicato, il pesce grande si intossica a sua volta. L’uomo pesca i pesci inquinati e così immette cibo tossico nella catena alimentare. Spaventoso.

Nel corso del 2011 avevamo gioito per la scelta del Governo italiano di proibire i sacchetti di plastica nella grossa distribuzione. A fine anno, il Governo Tecnico che si è succeduto ci ha lasciati con il fiato sospeso, perchè sembrava che questo divieto fosse stato ritrattato. Ora possiamo dire che non è così. Il nuovo Governo ha invece dato maggiori dettagli e nuove limitazioni alla distribuzione delle shopper di plastica, incentivando le shopper biodegradabili. A fine anno sembrava che le lobby della plastica non volessero rinunciare ai guadagni del loro commercio e sembrava che si fossero imposte sulle scelte governative, anzichè cercare di modificar le loro linee produttive. Ovviamente non si può pretendere che il cambio di abitudini sia rapido e indolore (pensiamo a chi potrebbe perdere il lavoro a causa della “crisi della plastica”) ma riteniamo che nuove leggi e nuove abitudini possano essere un’opportunità in più di sviluppo.

In realtà è proprio su questo aspetto che il Ministro dell’Ambiente e il Ministro dello Sviluppo Economico stanno dirigendo gli obiettivi futuri.
Ecco cosa comunica il Ministrero dell’Ambiente in un comunicato stampa del 23 dicemrbe scorso:

L’obiettivo del Governo è infatti accelerare il percorso già in atto per orientare i consumatori verso prodotti ambientalmente sostenibili, e insieme dare impulso allo sviluppo della “green economy”, che può rappresentare un settore trainante della crescita.

Inoltre, sono state rafforzate le sanzioni per chi vìola le nuove prescrizioni di tutela ambientale e dei consumatori.”

Da parte nostra vi suggeriamo di non attendere leggi e regolamenti governativi per attuare ciò che è dettato dal buon senso: andare a fare la spesa con una shopper di tela o con una classica sporta è un’azione di responsabilità e coscienza ecolociga che ripagherà tutti noi con un ambiente più pulito e salubre.

Vi suggeriamo di guardare e divulgare questa presentazione, in cui viene spiegato semplicemente ma efficacemente perchè rinunciare alla plastica.

19 gennaio 2012 at 12:11 Lascia un commento

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