
La biodegradabilità è la proprietà delle sostanze organiche di decomporsi in natura. La decomposizione viene attuata da batteri che attaccano il materiale organico e, estraendone gli enzimi, permettono il suo “scioglimento” nel terreno.
Dal momento che in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si traforma, questo processo aiuta il mantenimento dell’equilibrio naturale. Se i materiali dispersi in natura hanno tempi di decomposizione lunghi, si crea l’inquinamento, con le connesse problematiche ambientali di cui tanto si discute oggi.
Ma i materiali di uso comune, in quanto tempo si decompongono?
Ecco alcuni esempi:
Quotidiano 6 settimane
Guanto in cotone 1 – 5 mesi
scatola di cartone 2 mesi
torsolo di mela 2 mesi
TETRAPACK 3 mesi
Fazzoletto di carta 3 mesi
Sigaretta senza filtro 3 mesi
corda di cotone 3 – 14 mesi
Riviste patinate 4 – 12 mesi
Fiammifero 6 mesi
Stoffa 8 – 10 mesi
Rivista carta patinata 8 – 10 mesi
Lana 1 anno
Pannolino biodegradabile 1 anno
Sigaretta con filtro 1 anno
Mozzicone di sigaretta 1 anno e più
Chewing-gum 5 anni
Lattina di alluminio 10 anni
Legno compensato 1 – 3 anni
Legno verniciato 13 anni
Lattina in alluminio 20 – 100 anni
Polistirolo 50 anni
Boa in polistirolo 80 anni
Bottiglia di plastica Quasi 100 anni
Accendini 100 anni
Assorbenti e pannolini 200 anni
Sacchetto di plastica 500 anni e più
Tessuto sintetico 500 anni e più
Carte telefoniche 1000 anni
Fermalattine 450 anni
Pannolinio usa e getta 450 anni
Plastica da 100 a1000 anni
Carta telefonica 1000 anni
Vetro tempo indeterminato

E’ opportuno ridurre i rifiuti non biodegradabili, preferire oggetti naturali, bandire la plastica e non gettare rifiuti fuori dagli appositi contenitori, fare la raccolta differenziata in maniera corretta e chiedere agli altri di prestare attenzione a dove buttano i rifiuti è importantissimo per la salute del nostro Pianeta e quindi anche la nostra.
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5 agosto 2009 at 12:42
Il petrolio costa caro, l’inquinamento è sempre ai massimi livelli, il riscaldamento globale è un problema sotto gli occhi di tutti e che coinvolge tutti, indistintamente.
Ma come porre rimedio a tutto questo disastro, che in futuro non potrà che peggiorare? E cosa accadrebbe se da un giorno all’altro il petrolio non fosse più disponibile?
E’ quello che si è chiesto Rob Hopkins, un ambientalista inglese. E, sulle basi di queste domande, ha dato vita a un progetto di città ecosostenibile: la transition town.
Ciò che è nato come un progetto universitario, si è trasformato oggi in una tendenza che sembra espandersi a macchia d’olio: si contano decine di transition towns in tutto il mondo e il fenomeno è in crescita, anche in Italia.
La prima città di transizione è stata Kinsale (Irlanda) nel 2005, città in cui Hopkins insegna e la seconda Totnes (Inghilterra) sua città natale, nel 2006.
Il progetto iniziale prevedeva di convertire centri abitati in maniera tradizionale in agglomerati urbani ecosostenibili, eliminando il petrolio e i suoi derivati (cioè niente benzina, niente plastica, niente cibi importati).
Il progetto si è sviluppato così bene da dare vita a un movimento che oggi sembra inarrestabile. Inghilterra, Germania, America, Australia sono già attive in tal senso. In Italia si fa notare Monteveglio, unica città ad aver ottenuto la certificazione (benchè altre città si stiano attivando per ottenerla).
In queste città i cittadini si consorziano e si impongono uno stile di vita ecologista, che si ripercuote positivamente su tutta la comunità.
La riduzione drastica dell’uso della benzina ha portato vantaggi evidenti nella qualità dell’aria, nella riduzione del traffico (in cui le bici hanno sostituito le automobili); la plastica è stata sostituita da prodotti naturali e riciclabili; la frutta e la verdura vengono prodotte localmente, così non solo non occorre trasportarla (diminuendo quindi l’inquinamento), ma è controllata e non trattata chimicamente; l’energia necessaria al fabbisogno familiare viene prodotta dai pannelli solari installati sulle case (o da altri sistemi per la produzione di energia alternativa); gli oggetti, prima di essere gettati via, vengono barattati, riciclati o aggiustati.

A Totnes, il sistema funziona così bene che è stata emessa addirittura una moneta locale, che viene accettata in circa 70 negozi e botteghe della città e che serve a incentivare il commercio locale.
Ma i vantaggi delle transition towns non sono solo evidenti in termini di inquinamento (quasi nullo). Anche la vita cittadina ne è favorevolmente influenzata: la gente collabora per fornire ciò che occorre alla comunità e si sono riscoperti anche antichi mestieri, che rischiavano di andare persi con la globalizzazione. Nelle transition towns si impara a fare il pane, a curare l’orto, a creare menù con i soli prodotti stagionali, a bruciare la legna in modi non dannosi per l’ambiente. E si riscopre così il proprio vicinato: in una cittadella ecosostenibile, il baratto diventa parte integrante della vita di tutti i giorni: “ciò che non serve più a me, può servire a te”; inoltre, la cura degli orti comuni avvicina le persone che se ne occupano, favorendo lo scambio interpersonale.
La comunità si sente coinvolta in un progetto ecosostenibile, capendo che non è necessario alte cariche di stato per ottenere dei risultati apprezzabili: ognuno, nel suo piccolo, può dare un contributo fondamentale per la salvaguardia dell’ambiente.
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4 agosto 2009 at 21:56
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