Archive for agosto 2009

Greentips…consigli verdi – un mare di plastica

plastic1Abbiamo già visto come i sacchetti di plastica rappresentino un grosso problema per il nostro ambiente e, come abbiamo già letto in precedenza, la plastica si degrada in circa 450 anni.

Le borse della spesa, che negli ultimi 30 anni si sono ricavate un posto in prima fila nella nostra vita quotidiana, costituiscono ora la più sostanziosa fonte di inquinamento del nostro Pianeta e specialmente dei mari e oceani.

Al giorno d’oggi si producono 10 milioni di tonnellate di plastica all’anno. Il 10% finisce in mare, il cui 20% viene gettato in acqua dalle imbarcazioni e piattaforme, il restante 80% dalla terra ferma.

A rischio non sono solo la flora e la fauna delle terre emerse: il 70% della plastica non galleggia e si adagia sui fondali, soffocandoli e mettendo a rischio di estinzione l’habitat. Purtroppo, i rifiuti di plastica che invadono le spiagge e i mari sono solo la parte visibile di un problema ben più grosso: i rifiuti abbandonati in mare – per diversi motivi – si riducono in pezzi più piccoli, accumulandosi nelle aree in cui correnti e venti sono così deboli da non permetterne la dispersione.

DSC07355 sea foam in surfPer esempio, le correnti del Pacifico del nord si muovono in senso circolare, ma il movimento a spirale è molto lento e mancano spiagge vicine su cui approdare e così in quell’area, estesa quanto il Texas, ci sono attualmente 6 chili di plastica per ogni chilo di plancton. Questa area costituisce ora un’isola di spazzatura che gira su se stessa, a cui è stato dato il nome di Great Pacific Garbage Patch. I detriti plastici vengono ingeriti da uccelli marini, mammiferi, pesci, tartarughe. Le stime parlano di un milione di esemplari all’anno uccisi dalla plastica, ingerita per errore o perché scambiata per cibo. Forse non ci rendiamo conto del danno, a se pensiamo che l’ecosistema compone anche la nostra catena alimentare (vengono pescati e consumati pesci che vivono in un mare inquinato), allora è il caso di riflettere.

La plastica dispersa, inoltre, assorbe molti agenti chimici inquinanti, a loro volta disciolti in acqua. Non è solo l’ingestione di dei frammenti a causare la morte dell’ecosistema marino, quindi, ma anche questi composti chimici che si sono ad essi legati. I rifiuti trasportati dalle correnti comportano anche un altro grave problema: su di essi si depositano microrganismi, alghe e altri piccoli animali, che vengono quindi portati in zone anche molto distanti dal loro consueto habitat. La contaminazione delle nuove zone con esseri viventi estranei altera l’ecosistema locale, provocando danni inimmaginabili a causa della biodiversità. Migliorare la situazione non è facile, ma possiamo almeno provarci: cerchiamo di non gettare i nostri rifiuti nell’ambiente. Usiamo i cassonetti per la raccolta differenziata.

reuters116119281211112324_bigCerchiamo di non disperdere in acqua materiale plastico, non biodegradabile. E se vediamo qualcuno che non dimostra rispetto per le nostre spiagge e i nostri mari, cerchiamo di farglielo notare. O se vediamo bottiglie o sacchetti abbandonati sulla sabbia, gettiamoli via.

Pensiamo che tutto ciò che viene buttato indiscriminatamente non scompare, ma torna in altre forme, molto dannose per la nostra salute e l’ambiente in cui viviamo.

1 comment 14 agosto 2009

Greentips…consigli verdi – I tempi di biodegradabilità

rifiuti_or

La biodegradabilità è la proprietà delle sostanze organiche di decomporsi in natura. La decomposizione viene attuata da batteri che attaccano il materiale organico e, estraendone gli enzimi, permettono il suo “scioglimento” nel terreno.

Dal momento che in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si traforma, questo processo aiuta il mantenimento dell’equilibrio naturale. Se i materiali dispersi in natura hanno tempi di decomposizione lunghi, si crea l’inquinamento, con le connesse problematiche ambientali di cui tanto si discute oggi.

Ma i materiali di uso comune, in quanto tempo si decompongono?

Ecco alcuni esempi:

Quotidiano 6 settimane

Guanto in cotone 1 – 5 mesi

scatola di cartone 2 mesi

torsolo di mela 2 mesi

TETRAPACK 3 mesi

Fazzoletto di carta 3 mesi

Sigaretta senza filtro 3 mesi

corda di cotone 3 – 14 mesi

Riviste patinate 4 – 12 mesi

Fiammifero 6 mesi

Stoffa 8 – 10 mesi

Rivista carta patinata 8 – 10 mesi

Lana 1 anno

Pannolino biodegradabile 1 anno

Sigaretta con filtro 1 anno

Mozzicone di sigaretta 1 anno e più

Chewing-gum 5 anni

Lattina di alluminio 10 anni

Legno compensato 1 – 3 anni

Legno verniciato 13 anni

Lattina in alluminio 20 – 100 anni

Polistirolo 50 anni

Boa in polistirolo 80 anni

Bottiglia di plastica Quasi 100 anni

Accendini 100 anni

Assorbenti e pannolini 200 anni

Sacchetto di plastica 500 anni e più

Tessuto sintetico 500 anni e più

Carte telefoniche 1000 anni

Fermalattine 450 anni

Pannolinio usa e getta 450 anni

Plastica da 100 a1000 anni

Carta telefonica 1000 anni

Vetro tempo indeterminato


4r

E’ opportuno ridurre i rifiuti non biodegradabili, preferire oggetti naturali, bandire la plastica e non gettare rifiuti fuori dagli appositi contenitori, fare la raccolta differenziata in maniera corretta e chiedere agli altri di prestare attenzione a dove buttano i rifiuti è importantissimo per la salute del nostro Pianeta e quindi anche la nostra.


Add comment 5 agosto 2009

Greentips…consigli verdi – Transition town

house on green grass earth with wind generatorIl petrolio costa caro, l’inquinamento è sempre ai massimi livelli, il riscaldamento globale è un problema sotto gli occhi di tutti e che coinvolge tutti, indistintamente.
Ma come porre rimedio a tutto questo disastro, che in futuro non potrà che peggiorare? E cosa accadrebbe se da un giorno all’altro il petrolio non fosse più disponibile?
E’ quello che si è chiesto Rob Hopkins, un ambientalista inglese. E, sulle basi di queste domande, ha dato vita a un progetto di città ecosostenibile: la transition town.
Ciò che è nato come un progetto universitario, si è trasformato oggi in una tendenza che sembra espandersi a macchia d’olio: si contano decine di transition towns in tutto il mondo e il fenomeno è in crescita, anche in Italia.
La prima città di transizione è stata Kinsale (Irlanda) nel 2005, città in cui Hopkins insegna e la seconda Totnes (Inghilterra) sua città natale, nel 2006.
Il progetto iniziale prevedeva di convertire centri abitati in maniera tradizionale in agglomerati urbani ecosostenibili, eliminando il petrolio e i suoi derivati (cioè niente benzina, niente plastica, niente cibi importati).
Il progetto si è sviluppato così bene da dare vita a un movimento che oggi sembra inarrestabile. Inghilterra, Germania, America, Australia sono già attive in tal senso. In Italia si fa notare Monteveglio, unica città ad aver ottenuto la certificazione (benchè altre città si stiano attivando per ottenerla).
In queste città i cittadini si consorziano e si impongono uno stile di vita ecologista, che si ripercuote positivamente su tutta la comunità.
La riduzione drastica dell’uso della benzina ha portato vantaggi evidenti nella qualità dell’aria, nella riduzione del traffico (in cui le bici hanno sostituito le automobili); la plastica è stata sostituita da prodotti naturali e riciclabili; la frutta e la verdura vengono prodotte localmente, così non solo non occorre trasportarla (diminuendo quindi l’inquinamento), ma è controllata e non trattata chimicamente; l’energia necessaria al fabbisogno familiare viene prodotta dai pannelli solari installati sulle case (o da altri sistemi per la produzione di energia alternativa); gli oggetti, prima di essere gettati via, vengono barattati, riciclati o aggiustati.

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A Totnes, il sistema funziona così bene che è stata emessa addirittura una moneta locale, che viene accettata in circa 70 negozi e botteghe della città e che serve a incentivare il commercio locale.

Ma i vantaggi delle transition towns non sono solo evidenti in termini di inquinamento (quasi nullo). Anche la vita cittadina ne è favorevolmente influenzata: la gente collabora per fornire ciò che occorre alla comunità e si sono riscoperti anche antichi mestieri, che rischiavano di andare persi con la globalizzazione. Nelle transition towns si impara a fare il pane, a curare l’orto, a creare menù con i soli prodotti stagionali, a bruciare la legna in modi non dannosi per l’ambiente. E si riscopre così il proprio vicinato: in una cittadella ecosostenibile, il baratto diventa parte integrante della vita di tutti i giorni: “ciò che non serve più a me, può servire a te”; inoltre, la cura degli orti comuni avvicina le persone che se ne occupano, favorendo lo scambio interpersonale.

La comunità si sente coinvolta in un progetto ecosostenibile, capendo che non è necessario alte cariche di stato per ottenere dei risultati apprezzabili: ognuno, nel suo piccolo, può dare un contributo fondamentale per la salvaguardia dell’ambiente.

Add comment 4 agosto 2009

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